Fresca di conclusione su Amazon Prime Video, The Ghost in the Shell, serie anime di 10 episodi prodotta da Science Saru, ha confermato egregiamente le aspettative. Adattando fedele del manga di Masamune Shirow, l’anime dà vita alle tavole della controparte cartacea con perizia, trasponendo tutto il carico di sci-fi cyberpunk, azione frenetica, umorismo, momenti slapstick ed esplosioni di violenza presenti nelle pagine dell’opera originale. Ciò nonostante, non è esente da qualche (piccolo) difetto.
La trama

Nell’anno 2029 la società e le metropoli sono progredite tecnologicamente: nanotecnologie, impianti di potenziamento corporeo e cyborg sono all’ordine del giorno. Di pari passo, le minacce terroristiche, la criminalità e la corruzione dilagano. Per questo motivo, viene istituita la Sezione 9, un’unità d’élite della polizia guidata dal maggiore Motoko Kusanagi, un avanzato cyborg donna. Oltre a dover affrontare svariate missioni ad alto rischio, Kusanagi e la sua squadra danno la caccia al Marionettista, un misterioso e pericoloso hacker.
Una serie che rende animato il manga

Dopo una lunga attesa di un anno e mezzo in cui prime impressioni e aspettative si sono alternate di fronte a teaser trailer e indiscrezioni, The Ghost in the Shell, serie anime prodotta da Science Saru, è finalmente giunta da noi all’inizio dello scorso luglio su Amazon Prime Video, raggiungendo la conclusione della sua unica (per il momento, forse) stagione una manciata di giorni addietro. Post visione dei 10 episodi che la compongono, il giudizio a caldo è più che buono poiché, lo studio dietro DanDaDan e Devilman Crybaby è riuscito – egregiamente – ad adattare il materiale originale di partenza, ossia il manga evergreen di Masamune Shirow, nonostante qualche piccola licenza poetica e variazioni dettate dal pericolo censura (qualcuno ha detto scena della barca?).
Messe da parte queste piccole deviazioni di rotta, The Ghost in the Shell è un riuscito esperimento che, nel suo azzardo, ha centrato alla perfezione l’obiettivo: portare sullo schermo il connubio tra sci-fi cyberpunk, azione frenetica e umorismo che abbondano nelle pagine del manga, senza dimenticare le gag comiche e alquanto slapstick (alcune delle quali legate ai Fuchikoma, gli avanzati carri armati AI utilizzati dai personaggi) così come gli scoppi di violenza squisitamente splatter.
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A maggior ragione, si può affermare senza margine di errore che The Ghost in the Shell sia un anime ipercinetico, che corre veloce fin dall’opening che sembra, letteralmente, esplodere in un’ondata di azione. E questa peculiarità, se da una parte permette di non alimentare qualsivoglia momento di noia, dall’altra diventa un piccolo neo nel complesso dell’opera: infatti, le vicende trasposte danno la sensazione di una narratività compressa, con un susseguirsi di eventi e rivelazioni eccessivamente concatenate nell’esiguo minutaggio di ogni episodio (tolta opening ed ending, si assesta sui venti minuti circa). Un difetto, probabilmente l’unico, che naturalmente non va a sminuire un interessante e impossibile da non apprezzare anime come questo.
Prima di The Ghost in the Shell, c’è Ghost in the Shell

Se The Ghost in the Shell può essere riconosciuto come vero e proprio adattamento dell’opera di Masamune Shirow, è fisiologico e inevitabile il confronto con quello che è stato (ed è) il primo adattamento, seppur cinematografico, del manga, ossia quel Ghost in the Shell diretto nel 1995 da Mamoru Oshii e che ha gettato le basi per una fantascienza filosofica, tanto da ispirare blasonati titoli di fine secolo scorso come Matrix.
Certo, la differenza tra le due opere è netta e nel mezzo ci stanno altri media derivati dal manga, come il sequel del film del 1995 sempre diretto da Oshii, l’universo narrativo di Stand Alone Complex e Arise, senza dimenticare l’omonimo (e totalmente slegato da qualsivoglia altro media) live-action hollywoodiano uscito nel 2017, ma il faccia a faccia si svolge, solo ed esclusivamente, tra i due.
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Laddove Ghost in the Shell è un adattamento rivisto e totalmente maturo, con worldbuilding e lore marcatamente cupe e pessimiste, The Ghost in the Shell recupera, in toto, lo spirito – per certi versi goliardico e divertente – del manga. Palette cromatiche, character design, dialoghi e sottotesto filosofico sono diametralmente opposti: il film di Mamoru Oshii è pregno di filosofia e non lascia spazio alcuno a motti di spirito o spensieratezza, quasi a essere un monito o meglio, un’opera profetica del futuro prossimo. L’anime di Science Saru, invece, percorre i lidi originari, limitando il background filosofico a brevi squarci nella narrazione e abbondando nell’ultimo episodio, cosicché da lasciare molto ma molto spazio agli ingredienti originari.
Un character design lontano dal freddo calcolo

Tali, profonde differenze, come già affermato, si ripecuotono tanto sul mondo narrativo quanto sul character design dei personaggi. La Motoko Kusanagi e i suoi comprimari di Ghost in the Shell sono freddi, distanti, operano come vere e proprie macchine nonostante siano dotate di una coscienza (il ghost, appunto) mentre la versione anime di Kusanagi è un mix esplosivo di goliardia, momenti di rabbia e venialità, peculiarità tipiche degli esseri umani, e – soprattutto – dotata di un pattern di espressioni facciali dinanzi alle quali è impossibile resistere e non sorridere. Una rappresentazione in scala 1:1, quindi, con il manga.
Difatti, la prima differenza che balza agli occhi confrontando le due opere è proprio questa: malgrado un mondo tecnologico in comune affollato da umani potenziati e cyborg di ogni tipo, quello di The Ghost in the Shell tiene le distanze dalla cupezza dell’adattamento del 1995 senza rinunciare a essere, per questo, un prodotto adulto così come il manga di origine. Punta di più all’intrattenimento, sì, alla leggerezza nonostante la complessità di temi etici, scientifici e robotici affrontati nell’arco di dieci episodi. E ci riesce, divertendo e intrattenendo senza, però, far gridare allo scandalo e alla blasfemia anzi, fomentando un apprezzamento tanto per il Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, perfetta rilettura figlia degli anni Novanta, quanto per se stesso.
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Caratterizzazioni, queste, che portano una ventata di freschezza nel panorama degli anime, lì dove, da qualche anno a questa parte, si sta assistendo a un continuo passaggio da un eccesso a un altro tra titoli profondi e ottimamente confezionati – ma snobbati – ad altri dalla realizzazione solo discreta, privi di profondità eppure che vanno per la maggiore. The Ghost in the Shell, grazie al suo pacchetto completo, si piazza nel mezzo: qualità visiva e contenutistica, una giusta dose di spensieratezza, molto intrattenimento e argomenti sui quali riflettere. Per certi versi, quella di Science Saru è stata un’azione furba, mirata ad accontentare diversi tipi di spettatore.
Promossa, senza se e senza ma

The Ghost in the Shell si conferma come piacevolissima sorpresa, un ritorno alle atmosfere e alla storia vissuta tra le pagine del manga di Masamune Shirow. Un tornare indietro al passato con le potenzialità creative odierne. Eccezion fatta per il difetto narrativo di accelerazione delle vicende, l’anime prodotto da Science Saru è un must-watch per chi, ancora, non ha avuto modo di vederlo oppure nutre qualche reticenza in merito.
Venendo incontro a diverse categorie di pubblico, The Ghost in the Shell è l’affermazione di cosa significhi essere un divertissement senza dover rinunciare alla propria profondità contenutistica. Una creatura ibrida, dunque, così come lo è il manga: entrambi capaci di intrattenere, strappare risate, far provare attimi di adrenalina e, infine, far riflettere nel momento in cui, ogni episodio, si chiude con i titoli di coda.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion al quale ha dedicato un saggio acquistabile qui) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
