L’anime capolavoro di Shin’ichirō Watanabe, uscito in Giappone nel 1998 e nel 1999 in Italia nel glorioso palinsesto dell’Anime Night di MTV, nonostante i quasi trent’anni sulle spalle rimane una di quelle opere che, riviste nuovamente, è perfettamente capace di fare ancora male. Perché dietro l’iniziale e apparente spensieratezza dettata dal connubio di generi, la serie nasconde un animo tremendamente adulto, che si inerpica su un crescendo di solitudine, esistenzialismo e fatalismo.
Cowboy Bebop non è invecchiato, è ancora qui

Sono trascorsi quasi tre decenni dall’uscita di Cowboy Bebop nella terra del Sol Levante e, successivamente, nel nostro Bel Paese. Eppure, l’anime di Shin’ichirō Watanabe non è invecchiato per niente. Anzi, sul finire del 2026 si conferma come pietra miliare dell’animazione nipponica appartenente sì al secolo scorso, ma perfettamente (e tremendamente) coeva agli anni Duemila. Perché, tra i tanti pregi di un’opera eccezionale come questa, vi è quello di risultare, anno dopo anno e rewatch dopo rewatch, sempre attuale.
D’altronde, Cowboy Bebop si è affacciato sulla scena televisiva sul finire degli anni Novanta, mentre il XX secolo era agli sgoccioli e il Terzo millennio si faceva sempre più vicino. L’anime di Watanabe, infatti, si incastra nel mezzo di quell’ondata di maturità che aveva già travolto il piccolo schermo, a partire dalla rivoluzione rappresentata dal Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno nel 1995. Dunque, al pari dell’opera anniana, anche Cowboy Bebop ha una natura da Giano bifronte: una prima parte più spensierata, marcatamente slapstick e divertente nella quale, tuttavia, iniziano a muoversi e a materializzarsi situazioni decisamente adulte, intrise di pessimismo, drammaticità e di quella incapacità – che poi diventa leitmotiv esistenziale dei protagonisti – di lasciar andare il passato, di voltargli, definitivamente, le spalle. Una forza gravitazionale, tout court, che impedisce ai protagonisti di andare davvero avanti, alimentando un ciclo potenzialmente infinito di colpa, rammarico e rimpianto.
Un solo anime, troppi generi per contarli

L’anime di Shin’ichirō Watanabe, oltre ad avere un impianto narrativo maturo, è un melting pot di generi che spaziano dal neo western alla sci-fi retrofuturistica, passando per l’hard boiled, il pulp (qualcuno ha detto Quentin Tarantino?) e tanto John Woo più volte citato tra double-gun action, colombe svolazzanti e dettagli visivi tanto appartenenti alle scene action quanto di character design. È necessario, però, sottolineare che il pregio non è soltanto rintracciabile in quanti generi contiene Cowboy Bebop, ma quanto naturalmente riesce a farli convivere.
Il punto interessante è che Cowboy Bebop può passare da una gag demenziale a una sparatoria senza soluzione di continuità, da un episodio quasi slapstick a una riflessione sulla morte o ancora a episodi annichilenti e cupi (un esempio su tutti è il ventesimo episodio, Pierrot le Fou, disperatamente noir), senza che nessuno di questi cambi di registro sembrando fuori posto. Difatti, non è tanto la quantità dei generi a sorprendere, quanto la naturalezza con cui Watanabe li fa dialogare. Cowboy Bebop può essere western, noir, commedia, fantascienza, thriller, gangster movie o melodramma nel giro di pochi minuti, senza perdere mai la propria identità.
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Questo perché la bellezza contenutistica di Cowboy Bebop affonda le sue radici in un’ampia cultura pop che spazia tra cinema, fumetti e musica che, lentamente, mettono sotto la lente temi come la solitudine esistenziale, il fatalismo e quella, già citata, incapacità di lasciare andare il passato, a maggior ragione forse unica motivazione di vita del quartetto di protagonisti composto da Spike Spiegel, Jet Black, Faye Valentine ed Ed che li rende, a tutti gli effetti, vere e proprie dramatis personae.
Il futuro nostalgico che sa di passato

E proprio questo continuo contaminare generi e suggestioni trova la sua massima espressione in un futuro tanto lontano quanto stranamente familiare. Tra colonie spaziali, pianeti terraformati, città decadenti e astronavi che sembrano uscite da una vecchia space opera, worldbuilding e lore di Cowboy Bebop costruiscono un universo in cui il futuro non appare mai davvero futuristico: è un domani già consumato dalla nostalgia, popolato da individui che sembrano vivere costantemente con lo sguardo rivolto a ciò che hanno perduto.
L’aspetto geniale di Cowboy Bebop, infatti, è che non immagina il futuro come qualcosa di nuovo. Il futuro, nell’anime, è sporco, usurato, pieno di locali malfamati, automobili, televisori, vecchi computer, vinili, insegne al neon, sigarette, pistole e vestiti che sembrano provenire da decenni differenti. È quasi – paradossalmente – un futuro archeologico. Un aspetto che si sposa perfettamente con i protagonisti: anche loro sono persone che abitano il futuro, ma emotivamente vivono nel passato. Il mondo di Cowboy Bebop è vecchio, così come i protagonisti sono ‘vecchi’ dentro poiché il passato continua a invadere il presente e il futuro, in modo consequenziale, diventa impossibile. Una chiave di lettura, questa, che aiuta a decifrare la vera natura di dramma esistenziale insita nell’opera di Watanabe e che, da un certo punto della narrazione in poi, deflagra senza remora alcuna.
La musica come protagonista

Se c’è un elemento capace di attraversare Cowboy Bebop da cima a fondo, quello è senza dubbio la musica. La straordinaria colonna sonora composta da Yōko Kanno e interpretata dai Seatbelts non si limita, infatti, ad accompagnare le immagini, ma diventa parte integrante della loro messa in scena. Jazz, blues, rock, country, funk e contaminazioni di ogni genere convivono all’interno dell’anime con la stessa naturalezza con cui convivono i suoi molteplici registri narrativi, contribuendo a definire atmosfere, personaggi e persino il ritmo degli episodi.
Non è un caso che molti dei titoli degli episodi richiamino proprio il linguaggio musicale: Asteroid Blues, Honky Tonk Women, Jamming with Edward, Mushroom Samba, Jupiter Jazz, fino a quel The Real Folk Blues che accompagna la parte conclusiva della serie. La musica diventa, così, un vero e proprio trait d’union tra generi, ambientazioni e stati d’animo, capace di trasformare una sparatoria in un’improvvisazione jazz, una fuga nello spazio in un assolo di chitarra o un momento di malinconia in un blues struggente.
Ed è proprio in questa continua alternanza che la colonna sonora trova la propria funzione narrativa: Cowboy Bebop non ha semplicemente una musica riconoscibile, è un anime che sembra pensare e respirare attraverso la musica. Ogni brano sembra provenire da un mondo già vissuto, proprio come i suoi protagonisti, e finisce per alimentare quella particolare nostalgia che pervade l’intera opera. Quando le note di Tank! irrompono sullo schermo, quando Rush accompagna un’altra fuga o quando Space Lion lascia spazio alla malinconia, non stiamo semplicemente ascoltando una colonna sonora. Stiamo entrando, ancora una volta, nel mondo di Spike, Jet, Faye ed Ed. Perché in Cowboy Bebop la musica non accompagna il viaggio dei protagonisti. In qualche modo, è parte stessa del viaggio.
Quando un anime diventa cinema

Cowboy Bebop non è semplicisticamente soltanto un anime, bensì una lectio di cinema in formato televisivo. Watanabe, infatti, ha utilizzato un taglio registico decisamente cinematografico, fomentato dalla colonna sonora di altissimo livello. Il montaggio alterna sequenze al fulmicotone a scene più lente, intropettive, in cui silenzi e pause dialogiche permettono di entrare nell’animo dei protagonisti. Mentre primi piani intensi, soggettive, composizione delle inquadrature e l’uso degli spazi donano all’anime una dinamicità senza eguali, da vera immagine-movimento di deleuziana memoria.
Tra piani sequenza e un ritmo che non perde mai un colpo sia nelle scene più frenetiche sia in quelle marcatamente lente e riflessive, Watanabe inserisce uno squisito citazionismo cinematografico tanto diretto quanto indiretto che si rivela essere non solo una dichiarazione d’amore per la Settima arte, ma una summa visiva di tutto ciò che ha preceduto Cowboy Bebop e senza il quale, molto probabilmente, oggi questo anime non esisterebbe. Watanabe, però, non utilizza il cinema per rendere la sua creatura più ‘adulta’. Semmai, utilizza il linguaggio cinematografico perché è il modo più efficace per raccontare i personaggi di Cowboy Bebop.
See you, space cowboy…

Forte di aver creato un’estetica totalizzante e mai invecchiata, si può affermare con assoluta certezza che Cowboy Bebop è un nostalgico capolavoro, senza se e senza ma: un’opera capace di intrattenere e, di pari passo, alimentare una costante riflessione sul senso della vita, sulle scelte e sui sentieri che si decide di percorrere. Un’opera immensa, che scorre veloce dall’inizio alla fine, fino a condurci verso l’iconico quanto drammatico finale diventato, negli anni, fonte di ispirazione per registi e autori.
Forse, è proprio questo il segreto di Cowboy Bebop: non raccontare un futuro che non abbiamo mai raggiunto, ma un presente abitato da persone incapaci di liberarsi del proprio passato. È per questo che, a quasi trent’anni di distanza, Spike e gli altri continuano a sembrarci così vicini. Il loro mondo è cambiato, la tecnologia è cambiata, noi siamo cambiati. Loro, no.
Perché alcune storie non invecchiano. Aspettano soltanto che torniamo a guardarle, di nuovo, fino alla fine. Fino a quel «Bang!» pronunciato e mimato da Spike Spiegel. Perché, d’altronde, la chiusura narrativa di Cowboy Bebop non è soltanto un addio. È anche un arrivederci. Un invito a tornare, ancora una volta, là fuori, nello spazio.
See you, space cowboy…

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion al quale ha dedicato un saggio acquistabile qui) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
