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RahXephon: l’anti-Evangelion che ricostruisce il mecha

Con il fenomeno di Neon Genesis Evangelion esploso nel Sol Levante a metà anni Novanta e a inizio anni Duemila in Italia, nel 2002 studio Bones e Yutaka Izubuchi, rispettivamente, producono e dirigono RahXephon, serie anime di 26 episodi che riprende il filone fantascientifico dal taglio psicologico stabilito da Hideaki Anno con la sua creatura. Non un clone di Neon Genesis Evangelion, tantomeno un mero plagio. RahXephon è qualcosa che, sulle macerie del mecha decostruito da Anno, cerca l’armonia per ricomporre il genere.

 La serie anime diretta da Yutaka Izubuchi e prodotta dallo studio Bones nasce in un periodo – gli albori del XXI secolo e del Terzo millennio – in cui Evangelion è ormai un fenomeno culturale dilagante.

1995-2002: il contesto storico di due opere speculari

RahXephon: l’anti-Evangelion che ricostruisce il mecha

Nella storia dell’animazione nipponica esiste un pre e un post Neon Genesis Evangelion, non ci sono dubbi al riguardo. La spiazzante (e devastante) opera di Hideaki Anno, tra il 1995 e il 1996, ha fatto tabula rasa del mecha classico: niente più veri eroi, non più robot fatti solo di circuiti e leghe di metallo inscalfibili, bensì protagonisti adolescenti disfunzionali che pilotano mecha umanoidi mentre gli adulti coprotagonisti, così come i piloti degli Eva, sono incapaci di comunicare e rapportarsi, veramente, con l’altro da sé.

Ma Evangelion, al di là dell’essere la trasposizione in immagini della profonda depressione vissuta da Hideaki Anno, arriva sui piccoli schermi giapponesi nel bel mezzo di una duplice crisi: quella economica legata all’esplosione della bolla speculativa e il declino del genere mecha che, tra merchandising e palinsesti, non vendeva più come negli anni Ottanta. Si rendeva necessario, dunque, donare nuova linfa al genere. Allo Studio Gainax e ad Anno non resta che decostruire il mecha, introducendo una forte componente introspettiva e psicologica cosicché da riflettere lo spaccato sociale del Giappone degli anni Novanta: in primis, il disagio esistenziale del fenomeno hikikomori da una parte mentre, dall’altra, una critica diretta a quello otaku.

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Anno non distrugge il mecha: paradossalmente, dà a esso una nuova identità. Più matura, profonda, violenta, disperata e apocalittica. Peculiarità, queste, lentamente detonate all’interno della serie anime e che, successivamente nel 1997, hanno raggiunto il punto di non ritorno con il controverso ma monumentale The End of Evangelion, conclusione cinematografica nata in risposta alla delusione di molti fan per via dei due criptici, ma epocali, episodi 25 e 26 dell’anime.

E mentre il fenomeno Evangelion andava ad assestarsi in madrepatria e diventava una pietra di paragone, nel 2000 arrivava anche nel Bel Paese grazie al contenitore televisivo Anime Night di MTV, prolungadosi fino al 2002. Lo stesso anno in cui, RahXephon, entrava nei palinsesti catodici del Giappone.

La serie anime diretta da Yutaka Izubuchi e prodotta dallo studio Bones nasce in un periodo – gli albori del XXI secolo e del Terzo millennio – in cui Evangelion è ormai un fenomeno culturale dilagante. Pertanto, l’opera di Izubuchi non può far altro che assimilare la lectio di Anno, recuperandone alcuni aspetti nonché elementi iconografici senza, tuttavia, scartare influenze di genere come quelle provenienti da Il prode Raideen oppure quelle della tradizione fantascientifica romantica de I cieli di Escaflowne. Se Neon Genesis Evangelion ha avuto il compito di decostruire il mecha, RahXephon ha l’arduo incarico di ricostruirlo.

Le somiglianze tra le due opere

RahXephon: l’anti-Evangelion che ricostruisce il mecha

Tanto Neon Genesis Evangelion quanto RahXephon sono due opere diametralmente opposte, eppure speculari nella loro diversità. Non si tratta di semplice citazionismo (che in RahXephon abbonda tra riferimenti visivi e contenutistici) ma di un parallelismo tra due universi narrativi similari e, al tempo stesso, distanti. Shinji Ikari vive la sua esistenza tra introversione, isolamento sociale, un perenne conflitto con suo padre Gendō e, per di più, è costretto a pilotare l’Eva-01 contro ogni sua riluttanza o tentativo di fuga, portando sulle spalle il peso di una responsabilità più grande di lui. Ayato Kamina, protagonista di RahXephon, di suo presenta una personalità introversa al pari di Shinji, vive una crisi identitaria che si acutizza episodio dopo episodio, ha un rapporto complesso con le figure genitoriali e, proprio come Shinji, scopre di essere coinvolto in un conflitto più grande di lui.

Di pari passo, ad Ayato si affiancano coprotagonisti che sembrano essere il riflesso speculare di quelli di Evangelion. Così, è impossibile non procedere con un parallelismo tra Rei Ayanami e Quon Kisaragi, Misato Katsuragi e Haruka Shitow, Gendō Ikari ed Ernst von Bähbem, senza escludere i mecha protagonisti come l’Eva-01 e lo stesso RahXephon.

Ciò nonostante, molti di questi parallelismi, nella realtà dei fatti, sono più funzionali che reali. Per esempio, le ‘lunari’ Rei Ayanami e Quon Kisaragi sembrano sì simili esteticamente, ma il loro ruolo narrativo, come si ha modo di scoprire, è completamente diverso. Così come Misato Katsuragi e Haruka Shitow sembrano cercare un ruolo di ‘madre’ per i protagonisti ma, col progredire della storia di RahXephon, l’interesse di Haruka verso Ayato va ben oltre quello di figura genitoriale surrogata.

Però, di fianco a tali parallelismi funzionali, è pur vero che vi sono delle reference squisitamente evidenti. La città-fortezza di Neo Tokyo-3 di Evangelion, cristallizzata in una perenne e globale estate post Second Impact e nell’attesa che gli Angeli facciano la loro comparsa, trova in RahXephon la sua controparte, ossia la Tokyo Jupiter avvolta in una cupola dorata dentro cui, lo scorrere del tempo, è diverso dall’al di fuori, talmente tanto da ‘congelare’ emozioni e sentimenti.

Di pari passo, le organizzazioni segrete di entrambi gli anime, Nerv e Terra, presentano una struttura gerarchica e paramilitare similare con protocolli, tecnicismi scientifici e rigore di logica. E poi, ci sono le entita misteriose da combattere, che siano gli Angeli discendenti di Adam in Evangelion o i Dolem dei Mulian di RahXephon, due bestiari da abbattere, un duplice ostacolo che si pone tra l’umanità e la speranza di salvezza.

Una sequela di similitudini, con variazioni sul tema qui e là, che sono costate a RahXephon l’etichetta di ‘clone di Evangelion‘ da parte del pubblico dei primi anni 2000. Tuttavia, la prima differenziazione tra le due opere avviene proprio per quanto concerne i mecha portati in scena, l’approccio narrativo episodio dopo episodio e – soprattutto – con quelli che sono i temi di fondo: la disperazione di Evangelion contro la speranza di RahXephon.

Il mecha vivente, l’enigma cosmologico e la psicologia contro la mitologia: le differenze fondamentali

RahXephon: l’anti-Evangelion che ricostruisce il mecha

Come già brevemente citato, gli Evangelion di Anno non sono dei semplicistici robot antropomorfi. Sono degli organismi biologici, umanoidi per l’esattezza, che possiedono una volontà, un’anima e un’origine misteriosa al limite del divino. Il RahXephon, dal suo controcanto, non è un puro mecha: anch’esso possiede una natura divina ed è legato al protagonista Ayato ma in modo differente rispetto al legame materno che unisce Shinji Ikari all’Eva-01. Ed è qui, nella caratterizzazione dei mecha che sia Neon Genesis Evangelion sia RahXephon introducono delle costanti narrative: nascondono la verità fino agli episodi finali sulla natura dei ‘robot’ nonché della trama, utilizzano terminologie criptiche, costruiscono un mistero metafisico e obbligano lo spettatore a ricostruire, pezzo dopo pezzo, un complesso puzzle.

Eppure, è proprio qui che avviene lo scarto tra i due anime: laddove Anno introduce una onnipresente ed elevata componente psicologica, Izubuchi risponde con quella sentimentale. Se, in soldoni, il tema portante di Evangelion è quello di “Come posso relazionarmi agli altri senza soffrire?” con conseguente interesse di Hideaki Anno per la mente umana, la depressione, l’isolamento, la paura dell’abbandono e l’identità, elementi contornati dalla trama cosmica a mo’ di pretesto per parlare dei personaggi, Yutaka Izubuchi pone come tema centrale di RahXephon quello sull’interrogativo “Come può l’amore ridefinire il mondo?”. Di conseguenza, l’interesse principale, qui, si suddivide tra destino, tempo, musica e creazione.

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L’aspetto psicologico, in RahXephon, esiste ma non domina, in modo totalizzante, il racconto. Se la visione anniana posta all’interno di Neon Genesis Evangelion è prettamente dolorosa, conflittuale e pessimista (almeno fino alla conclusione del ventiseiesimo episodio che ribalta Evangelion, per poi sprofondare, ex novo, nell’abisso della disperazione con The End of Evangelion), traducendo il tutto con l’affermazione che i rapporti umani sono sì necessari ma fonte di sofferenza, la visione di Izubuchi riversata in RahXephon è romantica, malinconica e idealista. I rapporti umani, invece, qui diventano una possibilità di salvezza.

Il finale dell’anime di Evangelion apre uno spiraglio alla comprensione di se stessi e all’apertura verso l’altro da sé dopo tutto l’orrore e la violenza visti e vissuti, accettando piacevolezza e sofferenza come due facce della stessa medaglia, mentre quello di The End of Evangelion, post Third Impact/Progetto per il perfezionamento dell’uomo, riporta a un punto di partenza in un mondo post-apocalittico, in mezzo alle macerie, lì dove l’uomo o meglio, i novelli Adamo ed Eva rappresentati da Shinji e Asuka mostrano, senza girarci intorno, la conflittualità tra esseri simili, ri(confermando) la violenza umana come fenomeno atavico.

RahXephon, nel momento in cui i misteri vengono svelati e la visione di tutto ciò che è accaduto trova la sua raison d’être, nel più totale dramma offre una possibilità: quella di creare un nuovo mondo, cancellando il dolore, la perdita e tutta la sofferenza che, fino a quel punto, hanno preso le mosse.

Simbologia e contenutismo: religione contro musica

RahXephon: l’anti-Evangelion che ricostruisce il mecha

E qui subentra il nodo gordiano che caratterizza da un lato Evangelion e dall’altro RahXephon, ossia quella simbologia e i contenuti che contornano entrambe le opere. L’iconografia di Evangelion pullula di cristianesimo, Cabala ebraica, Angeli, croci e un’Apocalisse in(evitabile). Tuttavia, gran parte della simbologia che rappresenta un vero e proprio mindfuck è solo di funzione estetica, ‘infilata a cazzotti’, come lo stesso Anno ha più volte ribadito, per dare un tocco ‘esotico’ e misterioso all’opera. Però, seppur a livello squisitamente estetico e casuale, la simbologia di Evangelion riesce a costruire un discorso tematico da decifrare e interpretare episodio per episodio, andando perfettamente a braccetto con la storia.

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In RahXephon, invece, gli elementi dominanti sono la musica, l’accordatura e la risonanza, mirate a raggiungere quell’armonia, sia esistenziale sia cosmica, nelle vicende dell’anime. L’universo stesso di RahXephon è concepito come una composizione musicale. E questa è, forse, la differenza più originale tra le due opere. Lì dove l’indimenticabile colonna sonora di Shirō Sagisu scandisce, in maniera sublime e toccante, la storia di Evangelion, la musica, in RahXephon, diventa parte della storia stessa: non solo elemento meramente extradiegetico, ma anche – e soprattutto – diegetico anzi, diviene arma – letteralmente – per affrontare il nemico e ripristinare il mondo perduto.

Perché RahXephon NON è un clone di Evangelion

RahXephon: l’anti-Evangelion che ricostruisce il mecha

Le somiglianze tra le due serie ci sono, sarebbe ipocrita negarle, ed esse sono soprattutto strutturali, visive e superficiali. Le differenze, invece, sono tematiche, filosofiche ed emotive. Laddove Evangelion è una storia di frammentazione, una riflessione sul trauma e sull’incapacità di comunicare con gli altri ed entrare, per davvero, in contatto, RahXephon è una storia di ricomposizione, una riflessione sull’armonia con il prossimo, sull’amore e sulla possibilità di riscrivere la realtà.

Se l’anime di Hideaki Anno è un’opera che guarda dentro l’animo umano per mostrarne le fratture, RahXephon guarda verso l’esterno, verso la musica e le relazioni, per immaginare una ricomposizione possibile. Ed è proprio per questo che, a distanza di oltre vent’anni, continua a essere una delle opere più ingiustamente ridotte all’etichetta di ‘imitatore di Evangelion’ quando, in realtà, rappresenta una risposta alternativa alle stesse domande esistenziali poste dalla serie di Anno.

Molti spettatori hanno visto e continuano a vedere alcuni elementi superficiali – il ragazzo che pilota un’entità misteriosa, la città isolata, l’organizzazione segreta, la ragazza enigmatica – e concludono, in maniera totalmente errata, che RahXephon sia un clone di Evangelion. In realtà, quando si va a scavare nei temi, si scopre che le due opere hanno anime profondamente diverse.

Una contrapposizione che emerge perfino nei rispettivi finali: uno guarda all’accettazione di sé attraverso un percorso doloroso e conflittuale, l’altro punta alla rinascita del mondo attraverso l’amore, la musica e la sintonia tra le persone. Neon Genesis Evangelion e RahXephon sono due opere speculari nella loro differenza, eppure uguali su un aspetto fondamentale: entrambe parlano al cuore dell’essere umano nel momento in cui, questo, si è smarrito nella propria esistenza.

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