Cinema

The Void, la recensione del film di Steven Kostanski e Jeremy Gillespie

A dieci anni dalla sua uscita, The Void di Steven Kostanski e Jeremy Gillespie conserva intatta la sua vocazione di incubo artigianale, che dietro il colto citazionismo trova negli effetti pratici e nella deformazione della carne il modo per restituire all’orrore cosmico una sua carnalità.

La trama

The Void, la recensione del film di Steven Kostanski e Jeremy Gillespie

Quando il vice-sceriffo Daniel Carter (Aaron Poole) trova lungo una strada di campagna un uomo ferito e lo conduce nell’ospedale più vicino, non immagina che quella che sembra una normale operazione di soccorso lo porterà nel cuore di un incubo.

La struttura, ormai prossima alla chiusura, ospita pochi pazienti e un personale ridotto all’osso, fra cui la ex moglie di Carter, Allison (Kathleen Munroe), e il dottor Richard Powell (Kenneth Welsh). Quando un’infermiera aggredisce un paziente e, dopo essere stata uccisa, si trasforma in una creatura mostruosa, mentre all’esterno dell’edificio si radunano misteriosi individui incappucciati, ogni possibilità di fuga viene meno.

L’eredità di John Carpenter

The Void, la recensione del film di Steven Kostanski e Jeremy Gillespie

In The Void, horror del 2016 diretto da Steven Kostanski e Jeremy Gillespie, il citazionismo al cinema weird degli ultimi decenni del Novecento è parte integrante della forma, ma l’operazione risulta più interessante quando si considera la provenienza dei due autori. Entrambi legati al collettivo canadese Astron-6, responsabile di opere come Manborg, Father’s Day e The Editor, Gillespie e Kostanski affrontano qui il cinema di genere allontanandosi dalla componente parodistica dei lavori precedenti. La prima metà di The Void rispetta con devozione i modelli del John Carpenter più ispirato: un gruppo di persone intrappolate in uno spazio chiuso, una minaccia esterna che impedisce la fuga e il progressivo deterioramento delle certezze che tengono insieme i superstiti.

Scendendo nei sotterranei dell’ospedale, personaggi e spettatori scoprono le tracce degli esperimenti di Powell, ossessionato dalla possibilità di sconfiggere la morte dopo la perdita della figlia Sarah. Ed è qui che il film muta pelle: la minaccia non appartiene più soltanto al mondo fisico e l’ospedale diventa una soglia verso una realtà governata da leggi differenti. Il triangolo, le piramidi, le figure incappucciate rimandano a una mitologia volutamente lasciata in parte inesplorata, scelta che deriva anche dall’interesse di Gillespie per il progetto mai realizzato da Guillermo del Toro di At the Mountains of Madness. Le immagini del film, così come la figura stessa di Powell, ne conservano l’eco senza trasformarsi in un adattamento di H.P. Lovecraft in senso stretto. L’influenza dello scrittore di Providence si avverte soprattutto nella concezione dell’ignoto: la conoscenza non conduce a una maggiore comprensione del mondo, ma alla scoperta della sua irrilevanza rispetto a qualcosa di infinitamente più vasto.

La carne dell’incubo

The Void, la recensione del film di Steven Kostanski e Jeremy Gillespie

Laddove Carpenter fornisce la struttura dell’assedio, sono però Lucio Fulci e David Cronenberg a farsi strada nelle sequenze dedicate alle mutazioni corporee. L’ospedale (ricreato nell’ex Sir James Dunn Collegiate and Vocational School di Sault Ste. Marie, edificio che sarebbe stato demolito all’indomani delle riprese) richiama L’aldilà per la funzione di portale interdimensionale, mentre protesi analogiche, mutazioni e organismi deformati appartengono a una tradizione body horror orientata agli effetti speciali pratici, che non cercano il fotorealismo digitale, quanto la presenza concreta all’interno dell’inquadratura. È un’affascinante, apparente contraddizione: quell’orrore cosmico che, secondo Lovecraft, dovrebbe essere impossibile da rappresentare viene reso tangibile proprio attraverso l’artigianato (lo dimostrerà pure Richard Stanley qualche anno più tardi, con l’altrettanto notevole Il colore venuto dallo spazio).

Va detto che la sceneggiatura non sempre riesce a tenere insieme la quantità di suggestioni accumulate e alcuni personaggi rimangono subordinati alla costruzione dell’incubo (gli attori, pur capaci, non hanno abbastanza spazio per mettersi alla prova e fare qualcosa di più di quello che i ruoli richiedono loro di fare), ma le immagini conservano una forza che non dipende dalla completezza della mitologia. The Void non inventa una nuova grammatica dell’orrore, ne recupera alcuni tropi e li ricompone attraverso una sensibilità contemporanea: la sua originalità risiede soprattutto nel modo in cui questa cinefilia viene tradotta in immagini fisiche, sporche e imperfette, costruendo un mondo nel quale l’essere umano non occupa più il centro dell’immagine.

 THE VOID IN BREVE

 PRO

– Effettistica pratica.

– Efficace uso delle location.

– Cast competente.

 CONTRO

– Personaggi bidimensionali, per quanto funzionali alle logiche del genere.

– La tanta carne sul fuoco può portare taluni spettatori a considerare la narrazione confusa.

 LA NOSTRA VALUTAZIONE: 6,5/10

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