Cinema

Distanze (2026), la recensione del cortometraggio di Angelo Donzella

In attesa della sua proiezione in concorso al Caorle International Film Festival 2026, abbiamo visto in anteprima il nuovo cortometraggio di Angelo Donzella: Distanze.

Un dramma del distacco

Distanze (2026), la recensione del cortometaggio di Angelo Donzella
Foto su gentile concessione di Angelo Donzella

Un padre (Franco Gillardi) e sua figlia Sofia (Beatrice Emporio) si ritrovano a Torino dopo alcuni anni di lontananza. Tra loro si instaura un dialogo sincero e privo di filtri, nel quale riaffiorano sentimenti irrisolti e le ragioni che hanno portato i due ad allontanarsi. La possibile nuova separazione, rappresentata dall’imminente partenza di Sofia per l’America, fungerà da occasione per meditare sul possibile recupero di ciò che il tempo ha loro sottratto.

La trama di Distanze, nuovo cortometraggio scritto da Maria Rosaria Scicchitano e diretto da Angelo Donzella, è tutta qui. Una sinossi molto semplice, costruita attorno a un incontro familiare, che permette al regista torinese di muoversi in una direzione sensibilmente diversa rispetto alla sua precedente opera, Broken, pur conservando un elemento di continuità importante: l’interesse per personaggi collocati ai margini, in qualche modo alienati rispetto al mondo circostante.

Dal neo-noir all’intimismo

Distanze (2026), la recensione del cortometaggio di Angelo Donzella
Foto su gentile concessione di Angelo Donzella

La differenza rispetto a Broken emerge innanzitutto dalla struttura narrativa. Il precedente cortometraggio affrontava temi importanti come la violenza di genere e la sfiducia nelle istituzioni attraverso una costruzione di matrice neo-noir che contribuiva a dare forma al disagio dei personaggi. Distanze rinuncia completamente a suspense, tensione e colpi di scena per concentrarsi sull’intimismo. Il lungo prologo dedicato alla quotidianità solitaria del protagonista procede senza dialoghi: sono gli ambienti e la ripetizione delle azioni a suggerire gradualmente la condizione esistenziale dell’uomo. Solo con l’arrivo della figlia il film cambia registro, lasciando che siano le parole a occupare progressivamente il centro della scena.

Il ritmo è quindi più disteso rispetto a Broken, ma proprio questa scelta consente a Donzella di osservare con maggiore attenzione i suoi personaggi. Il rapporto tra padre e figlia diventa il punto di accesso a una riflessione sulla famiglia contemporanea, sulle incomprensioni che possono sedimentarsi nel tempo e sulle distanze che, anche quando non sono più geografiche, continuano a separare le persone.

L’eco di Perfect Days

Distanze (2026), la recensione del cortometaggio di Angelo Donzella
Foto su gentile concessione di Angelo Donzella

Tra i riferimenti dichiarati da Donzella per Distanze c’è Perfect Days di Wim Wenders, in primo luogo per la caratterizzazione del protagonista. La figura paterna interpretata da Franco Gillari condivide con l’Hirayama di Kōji Yakusho quella dimensione introversa nella quale la ripetizione dei piccoli gesti quotidiani diventa una forma di esistenza. Come nel film di Wenders, anche qui la psicologia del protagonista non viene didascalicamente spiegata allo spettatore. È necessario osservarlo, seguirne la routine, leggere i segni lasciati dal tempo sul suo volto e quella malinconia che sembra velargli gli occhi.

Il confronto con Sofia rende ancora più evidente questa scelta. Alla compostezza e alla chiusura del padre si oppone l’energia di una giovane donna determinata alla vita. Beatrice Emporio introduce nel film una presenza fisica ed emotiva differente, fino a modificare persino l’afflato musicale di Mark Meccoli, dalla sensibilità più fresca.

Il rigore della distanza

Distanze (2026), la recensione del cortometaggio di Angelo Donzella
Foto su gentile concessione di Angelo Donzella

Dovendo portare sullo schermo una storia maggiormente riflessiva, va da sé che Distanze si differenzi da Broken anche sul piano formale. Donzella adotta una macchina da presa prevalentemente statica, capace di scandire la quotidianità con una discrezione malinconica e, in un certo qual modo, “asiatica”. Un riferimento a Yasujiro Ozu (a sua volta padre putativo del già citato Wenders) appare pertinente proprio nel rigore con cui Donzella organizza gli interni di design, i corpi che li occupano e le distanze che li separano, quasi consentendo allo spettatore di tracciare una vera e propria mappa degli spazi.

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Ciò non impedisce comunque a Donzella di concedersi qualche suggestiva ripresa a mano libera negli immancabili scorci urbani, manniani, della Torino notturna, quasi a restituire alla città quella mobilità che invece viene negata agli spazi domestici.

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