Fresca di conclusione con il dodicesimo episodio distribuito su Netflix il 15 ottobre, la prima stagione di Chainsmoker Cat si conferma come un caso sui generis, probabilmente il più controverso anime del 2026. Tra dipendenze, eccessi, situazioni al limite del deplorevole e del disgusto, l’adattamento dell’omonimo manga di NyanNyanFactory non è un prodotto per tutti. Eppure, per quanto sindacabile, sotto la superficie pesantemente grottesca ed estremamente adulta, nasconde dei sottotesti riflessivi.
“L’anime utilizza il grottesco come chiave di lettura delle dipendenze portando in scena una protagonista assoluta,
Yanineko, intorno alla quale gravita un microcosmo eterogeneo, un roster di comprimari(e) con tanti vizi e poche, se non del tutto nulle, virtù”.
La trama

Nel Giappone contemporaneo, la zoomorfa Yaniko Satō detta Yanineko, una giovane ragazza-gatto, trascorre le sue giornate tra l’estrema dipendenza da nicotina, lavori da freelance che perde di continuo e il degrado del suo appartamento posto in un piccolo condominio.
Nell’edificio gestito da Oya Otani, proprietario solo apparentemente burbero che spesso viene bersagliato dalle angherie di Yanineko, vivono altre zoomorfe nonché Saori Tatsuno, mangaka hentai perennemente in crisi e unica umana, insieme a Otani, presente nel condominio.
Il grottesco come chiave di lettura delle dipendenze

Che Chainsmoker Cat ambisse al titolo di anime più controverso del 2026, non c’era dubbio alcuno. Fin dalla sua opening che ricostruisce – frame by frame – scene cult di cotanto cinema e serie TV, si comprende come punti a distinguersi dalla massa. De facto, bastano già i minuti iniziali del primo episodio per capacitarsi di quanto siano ‘malate’ le dinamiche messe in immagini in movimento. Adattamento dell’omonimo manga di NyanNyanFactory diretto da Taku Kimura e sceneggiato da Takashi Aoshima, Chainsmoker Cat rientra sì nei lidi dello slice of life dal target seinen eppure, la sua vera natura, è quella di una commedia nera che sembra non offrire alcun spiraglio di rivalsa o seconde possibilità.
L’anime utilizza il grottesco come chiave di lettura delle dipendenze portando in scena una protagonista assoluta, Yanineko, intorno alla quale gravita un microcosmo eterogeneo, un roster di comprimari(e) con tanti vizi e poche, se non del tutto nulle, virtù. Lungo i dodici episodi che compongono la serie non vi sono miglioramenti, né evoluzioni nelle situazioni esistenziali e nella figura di Yanineko, personaggio che, di continuo, riesce a far provare ribrezzo per la sua persona e per tutto ciò che fa ma, al tempo stesso, riesce ad accattivare lo spettatore, quasi a volerlo trascinare, di peso, verso il baratro striminzito e autodistruttivo della sua vita.
Di pari passo, i personaggi secondari, satelliti della dipendenza da nicotina di Yanineko, incarnano altre dipendenze non meno gravi, come quella del consumo di droghe, assunzione di alcol in quantità smodate e utilizzo maniacale dei social con conseguente perdità del contatto con la realtà e mancanza di gestione della rabbia. Naturalmente, non sono da meno gli unici due umani che prendono parte a questo bizzarro campionario (o meglio, bestiario) posto al centro delle vicende di Chainsmoker Cat.
Tra disgusto, eccesso e perversione: una aspra critica alla società e al disagio sociale

Seppur Chainsmoker Cat sia colmo di situazioni al limite della tollerabilità sia visiva sia di stomaco (basti pensare che, in madrepatria, ha rischiato una pesantissima censura), facendo ricorso continuo al disgusto, all’eccesso e alla perversione per suscitare risate amare, tuttavia questa si rivela essere solo la punta dell’iceberg sotto la quale, nella realtà dei fatti, è nascosta un’aspra critica alla società e al disagio sociale.
Non è tanto difficile, infatti, riconoscere nelle dipendenze di Yanineko & Co., così come negli stessi comportamenti al limite della devianza messi in atto, quel malessere adolescenziale che, a volte, può protrarsi fino al periodo dei giovani adulti. Dietro nudi integrali provenienti dai lidi dell’hentai, parafilie, feticismi e bambole gonfiabili dalle fattezze zoomorfe, sudiciume e degrado, le dipendenze poste al centro di Chainsmoker Cat sono il risultato di un grido disperato che, la società frenetica 3.0 e sempre distratta, non ha o non ha voluto sentire.
Il fumo eccessivo di Yanineko, l’alcolismo di Aruko, la tossicodipendenza di Yakuko così come le fantasie e le perversioni sessuali, rispettivamente, di Oya e Saori, sono il riflesso speculare di un ritiro sociale misto a solitudine (come il fenonemo hikikomori) dettato dalla non accettazione nel tessuto sociale stesso e che si traduce, di conseguenza, in un continuo e iperbolico collezionismo di situazioni umilianti.
Discriminazione e sospetto

Al di là delle gag demenziali all’insegna del black humour più scellerato, della continua volontà di suscitare ribrezzo nello spettatore e dell’estremizzazione dei contenuti, Chainsmoker Cat, episodio dopo episodio, lascia emergere dei sottotesti riflessivi non indifferenti, come quelli relativi alla discriminazione e il guardare con sospetto il diverso.
Nonostante nella lore dell’anime gli esseri zoomorfi (neko in lingua originale) siano una realtà da sempre (come si deduce da alcuni episodi), non hanno gli stessi vantaggi degli esseri umani. Tanto Yaniko quanto le sue compagne di condominio non possono assurgere a lavori di rilievo a tempo determinato, ma solo a ingaggi freelance a volte pesanti e vicino allo sfruttamento, altre volte snervanti o peggio umilianti.
Una situazione discriminatoria evidente che alimenta, di conseguenza, scelte e comportamenti sì discutibili dei personaggi, ma necessari per attaccare, indirettamente e metaforicamente, società e mondo del lavoro (come la stoccata verso l’editoria, l’industria del manga e i ritmi distruttivi che i mangaka devono sopportare).
Un anime da apprezzare, seppur con qualche riserva

I contenuti di Chainsmoker Cat, sicuramente, non incontrano e non incontreranno il gusto di chiunque, questo è certo. Ciò nonostante, bisogna riconoscere che, al di fuori del lato squisitamente contenutistico, l’anime di Taku Kimura presenta un aspetto tecnico non indifferente. Seppur con qualche riserva (alcune volte, animazioni e disegni presentano una qualità più bassa rispetto al grosso delle scene), complessivamente la regia molto cinematografica (grandangolari, primi e primissimi piani, inquadrature dal basso), corroborata da un montaggio che enfatizza determinate azioni o momenti, soddisfa senza problemi gli occhi, soprattutto per via dell’accompagnamento metatestuale e citazionista insito non solo nell’opening ma anche nei dodici episodi.
Chainsmoker Cat è uno di quei titoli che o si amano o si odiano. Eppure, è un anime da apprezzare perché coraggioso nell’andare controcorrente, anche a rischio di venire bistrattato in un’epoca in cui, politicamente corretto asfissiante e facile urlo allo scandalo, sono diventati ridondandi. Una feroce satira votata alla grossa risata, a cui segue quella amara e, infine, un senso di disagio e riflessione giacché Chainsmoker Cat, dietro la commedia nera adulta, è un acido dramma sociale corale – purtroppo coevo e per nulla irreale -.
CHAINSMOKER CAT IN BREVE
PRO
– Registicamente ben fatto.
– Perfetto per chi ama l’umorismo nero.
– Un anime fuori dagli schemi.
CONTRO
– Qualche calo di qualità visiva.
– Non per stomaci deboli.
LA NOSTRA VALUTAZIONE: 8/10
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Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion al quale ha dedicato un saggio acquistabile qui) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
