Il 19 luglio 1997 le sale cinematografiche giapponesi proiettavano per la prima volta The End of Evangelion, il lungometraggio con cui Hideaki Anno decise di rispondere – a modo suo e senza sconti – a un pubblico rimasto interdetto dal finale della serie TV. Ventinove anni dopo, quel film continua a essere uno degli affondi più radicali mai realizzati nell’animazione giapponese: un’opera che non si limita a chiudere Neon Genesis Evangelion, ma lo riscrive dall’esterno, portando alla luce ogni singolo trauma dei suoi personaggi senza filtri. In occasione del ventinovesimo anniversario, ripercorriamo il senso profondo di The End of Evangelion, tra simbolismo religioso, psicoanalisi e quella disperazione esistenziale che ha reso Hideaki Anno uno degli autori più discussi della sua generazione.

Perché esiste The End of Evangelion

Per capire The End of Evangelion, bisogna partire da un dato produttivo: i fan non avevano digerito il finale della serie, i controversi episodi venticinque e ventisei, nati anche da evidenti ristrettezze del budget di produzione. The End of Evangelion nasce come risposta diretta di Hideaki Anno e del compianto studio Gainax, anticipato dal film riassuntivo Death & Rebirth. Le didascalie interne lo chiariscono: non è un sequel, ma un venticinquesimo e un ventiseiesimo episodio alternativi e paralleli a quelli della serie, intitolati rispettivamente Air/Love is Destructive e A te il mio animo sincero/I Need You.
Non esiste, quindi, un ‘vero’ finale tra i due: gli episodi della serie raccontano il Third Impact dall’interno della psiche di Shinji, il film lo mostra dall’esterno, senza risparmiare nulla allo spettatore. Se la serie prepara alla discesa nell’oscurità, The End of Evangelion è l’abisso stesso.
Shinji Ikari e il crollo delle barriere psichiche

The End of Evangelion si apre dove si era interrotto il ventiquattresimo episodio, sulla sponda del lago dove Shinji ha perso Kaworu Nagisa, l’unico essere che sembrava averlo davvero compreso. Da qui in poi, il protagonista è uno spettro di se stesso, travolto da uno tsunami emotivo che non riguarda solo gli ultimi eventi, ma l’intera sua esistenza.
La scena dell’atto di autoerotismo davanti al corpo comatoso di Asuka resta una delle sequenze più controverse dell’intera storia dell’animazione, ma va letta per quello che è: la manifestazione più distorta di un bisogno disperato di contatto umano, quella che Kierkegaard avrebbe definito una vera e propria malattia mortale – l’incapacità di riconciliare il proprio sé con l’immagine che si riflette negli occhi altrui -. Non è un’ouverture gratuita, ma il presagio esatto di ciò che seguirà: l’autoannullamento progressivo di un ragazzo incapace di trovare rifugio in un mondo che si sgretola sotto il peso delle aspettative.
Il sacrificio di Misato e l’addio di un’adulta

Tra le sequenze più devastanti di The End of Evangelion, c’è la morte di Misato Katsuragi, che si getta nella battaglia per salvare Shinji dai soldati delle Forze di autodifesa giapponesi. Non è un semplice colpo di scena: è il gesto con cui il personaggio recide, una volta per tutte, il cordone ombelicale materno che la legava al ragazzo, spingendolo – per l’ultima volta – a scegliere da solo.
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Il celebre ‘bacio da adulti’ macchiato di sangue, il ciondolo a forma di croce lasciato in eredità, le mani di Shinji intinte nel sangue di lei: sono tutti dettagli che Anno costruisce con precisione chirurgica per portare il protagonista a un livello di consapevolezza del dolore mai raggiunto prima.
Asuka e la battaglia contro gli Eva Series

Se Misato sceglie il sacrificio silenzioso, Asuka Sōryū Langley combatte fino alla fine contro i nove Eva Series della Seele, sulle note dell’Aria sulla quarta corda di Bach. È lo scontro più spettacolare e più brutale del film: un vero e proprio confronto tra umano e transumano, che si chiude con lo smembramento cannibalico e altamente simbolico dell’Eva-02 in una delle scene di maggiore impatto visivo mai realizzate in un’opera d’animazione.
Il suo passaggio dal «Non voglio morire» al «Vi ucciderò!» segna il momento in cui la pulsione di vita si trasforma in pulsione distruttiva pura. Eppure, anche nella sconfitta, Asuka non si arrende: la sua parabola diventa l’immagine più nitida di cosa significhi affrontare una battaglia esistenziale già persa in partenza, ma da combattere comunque.
Il Third Impact e la scelta di Shinji

Il cuore filosofico di The End of Evangelion arriva con il Progetto per il perfezionamento dell’uomo: l’annullamento degli AT Field individuali in un’unica coscienza collettiva. Immerso in questo flusso, Shinji rivive la propria intera esistenza e, schiacciato dal dolore, desidera inizialmente l’estinzione di tutta l’umanità, se stesso incluso.
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È qui che il film si gioca la sua carta più importante: davanti alla possibilità di annullarsi in una fusione priva di sofferenza ma anche priva di identità, Shinji sceglie il dolore. Sceglie di esistere come individuo separato, accettando che con il dolore convive anche il piacere, che l’amore per il prossimo passa necessariamente attraverso l’amore per se stessi. Una scelta che, di fatto, ribalta il Dilemma del porcospino che lo ha paralizzato per tutta la narrazione.
Il finale sulla spiaggia e quel «Che schifo»

L’ultima scena di The End of Evangelion resta tra le più discusse nella storia dell’animazione giapponese: Shinji si risveglia su una spiaggia desolata dal mare rosso, ritrova Asuka al suo fianco e, in un gesto ambiguo, prova a strangolarla. Lei risponde con una carezza quasi materna, lui scoppia in lacrime, lei pronuncia il celebre «Che schifo».
Non è un gesto da liquidare come semplice provocazione: è la fotografia perfetta di un rapporto fatto di amore e odio perennemente alternati, di attrazione e repulsione che convivono nello stesso istante. Shinji e Asuka, novelli Adamo ed Eva di un mondo azzerato, sanno già che dovranno convivere accettando entrambe le polarità del legame umano – senza illusioni, ma scegliendo comunque la vita -.
Un’eredità che dura da 29 anni

A quasi tre decadi di distanza, The End of Evangelion resta un unicum: un’opera capace di affrontare la tensione tra individualismo e collettivismo, la paura della connessione umana e il desiderio di essa, senza offrire mai risposte consolatorie. Hideaki Anno non ha semplicemente chiuso una serie controversa: ha costruito una riflessione esistenziale che sfida, ancora oggi, lo spettatore a confrontarsi con la propria stessa mortalità e con il bisogno, tanto spaventoso quanto necessario, di legarsi agli altri.
Ventinove anni dopo, quell’urlo di Shinji davanti ai resti dell’Eva-02, quel mare rosso, quel «Che schifo» pronunciato da Asuka continuano a essere immagini capaci di disorientare e, al tempo stesso, di parlare con estrema onestà all’inconscio collettivo di chiunque le guardi.

Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion al quale ha dedicato un saggio acquistabile qui) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
