Cinema

The Dog Stars, la recensione del film di Ridley Scott

The Dog Stars, trentesimo film di Ridley Scott, è un western post-apocalittico che, pur non sfuggendo dal repertorio di genere, lancia un messaggio positivo e taumaturgico sul disperato bisogno di trovare qualcosa a cui aggrapparsi dopo il collasso della civiltà. In sala dal 26 agosto per 20th Century Fox.

La trama

The Dog Stars, la recensione del film di Ridley Scott

Dal romanzo post-apocalittico di Peter Heller. Nel 2035, la maggior parte dell’umanità è stata sterminata da un ceppo d’influenza particolarmente aggressivo e i superstiti si sono riorganizzati in comunità dedite al saccheggio o alla ruralità. Il meccanico vedovo Hig (Jacob Elordi) e l’ex marine Bantley (Josh Brolin) hanno trovato rifugio tra le rovine di un vecchio aeroporto abbandonato. Qui Hig trascorre le giornate insieme al cane Jasper, sorvolando la zona a bordo di un piccolo aereo alla ricerca di provviste e di eventuali segni di vita, mentre Bangley protegge il rifugio, sparando a vista contro qualunque potenziale aggressore.

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Un giorno, Hig capta un segnale radio proveniente da Grand Junction, una voce che sembra promettergli un mondo migliore. Lungo la strada per la cittadina del Colorado, al suo viaggio si uniranno anche l’allevatore Jack Pops (Guy Pearce) e la figlia Cima (Margaret Qualley)…

Ridley Scott che dirige il suo western

The Dog Stars, la recensione del film di Ridley Scott

Negli ultimi anni, il prolifico regista inglese Ridley Scott ha spesso accarezzato l’idea di dirigere un western. The Dog Stars, suo trentesimo film, gli permette finalmente di dargli forma, travestendolo da sci-fi post-apocalittico che del genere ha giusto l’ambientazione, le premesse e il repertorio di personaggi. Scott si prende il suo tempo per delineare il mondo, e lo fa con tutta l’abilità e l’esperienza a sua disposizione. Paesaggi immensi e mozzafiato (filmati tra Friuli Venezia-Giulia e Abruzzo) fanno sembrare piccoli i personaggi, comunicando con eleganza il nostro posto in un mondo come quello di The Dog Stars. Non a caso, la centralità di territori e linee di confine rimanda inevitabilmente alla mitologia della frontiera, con un debito evidente anche nei confronti dell’immaginario di Cormac McCarthy. Scott la rielabora disseminandola nella grammatica stessa del film: le balestre in luogo delle armi da nativi americani, il Cessna di Hig che assume la funzione delle vecchie diligenze, gli outfit del personaggio pistolero-proprietario terriero di Guy Pearce e le chitarre country della partitura di Harry Gregson-Williams

A dare spessore a The Dog Stars, una storia che sul piano strettamente narrativo non si discosta poi molto dalla classicità, è soprattutto il tema dell’ospitalità, che lo pone in dialogo con un altro grande regista inglese assorbito dalla macchina hollywoodiana: il Christopher Nolan di Odissea. In un mondo ridotto a rovine e dominato dalla diffidenza, accogliere l’altro e avere fiducia nelle nuove generazioni tornano a essere gesti rivoluzionari, principi elementari da recuperare quando tutto il resto è collassato.

L’occhio del cineasta

The Dog Stars, la recensione del film di Ridley Scott

A quasi novant’anni, Scott dimostra di non aver perso nulla del proprio smalto di maestro del blockbuster. Per quanto il ritmo scorra placido per buona parte delle due ore di proiezione, concentrandosi sulla routine, sul lavoro “agreste” e sull’introspezione di personaggi che, come in Le Crociate, si confrontano con i propri lutti, il regista di South Shields si concede incursioni nell’action transmediale – le efficaci soggettive attraverso un visore notturno guardano apertamente alla costruzione dello spazio e della suspense di Splinter Cell – e nell’horror antropofago dal gusto grottesco, che non rinuncia a una stoccata tutt’altro che sottile al caso Epstein.

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E poi ci sono gli altri marchi di fabbrica scottiani: fasci di luce concentrata che squarciano l’oscurità, riprese aeree capaci di restituire tutto il peso gravitazionale del volo (come in una versione live-action di un film Ghibli, per citare un goliardico commento virale su Letterboxd), le parentesi gore in non-luoghi americani allo stesso tempo riconoscibili e distorti. Tutti elementi che contornano una vicenda più umana e contenuta, nella quale spicca Josh Brolin, adorabile ex marine e burbera figura paterna, con il fetish per le armi, l’ossessione per la difesa della proprietà e l’affezione per la Coca-Cola.

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