Cinema

The Benefactress, la recensione del film di Guerrilla Metropolitana

The Benefactress di Guerrilla Metropolitana è un oggetto radicale e divisivo, un esperimento di cinema estremo che porta la libertà artistica fino al punto di rottura, trasformando la macchina da presa in un dispositivo di controllo, voyeurismo e provocazione.

Il retroscena

The Benefactress, la recensione del film di Guerrilla Metropolitana

The Benefactress (An Exposure of Cinematic Freedom), almeno nelle intenzioni del regista Guerrilla Metropolitana, aspira a entrare nel novero di pellicole che cercano deliberatamente il limite del mostrabile. Il secondo lavoro del filmmaker italiano residente a Londra, già autore di Dariuss (2023), non sembra interessato a raccontare una storia nel senso tradizionale del termine: vuole piuttosto trasformare la macchina da presa in un dispositivo di esposizione, costringendo chi guarda a confrontarsi con ciò che normalmente il cinema nasconde, suggerisce o sublima.

È un progetto che nasce nel sottobosco underground più radicale e che, proprio grazie a questa origine, è riuscito a costruire attorno a sé la propria leggenda. Girato in un solo fine settimana, all’interno di una villa nei pressi di Londra, il film avrebbe progressivamente abbandonato la sceneggiatura iniziale per affidarsi all’improvvisazione.

Il risultato è un’opera di appena 67 minuti nella quale ritrattistica fotografica, montaggio, performance art e contenuto esplicito convergono in una forma volutamente instabile. La distribuzione di Blood Pact Films, che lo ha portato sul mercato internazionale attraverso supporti fisici e streaming laddove altri distributori si sono tirati indietro, ha finito per amplificare ulteriormente la nomea di oggetto proibito. Ma The Benefactress è davvero un film sulla libertà artistica?

La premessa

The Benefactress, la recensione del film di Guerrilla Metropolitana

La premessa, metacinematografica quanto basta, è di quelle che sembrano fare il verso alle crudeli critiche al potere sadiane. Dopo il successo underground di Dariuss, Guerrilla Metropolitana viene avvicinato da una misteriosa benefattrice disposta a finanziare il suo nuovo progetto. La donna, malata terminale e moglie di un potente televangelista, sceglie lo pseudonimo di Elektra McBride. La sua unica condizione è poter comparire nel film attraverso un collegamento video. Da qui prende forma una specie di laboratorio a porte chiuse: un appartamento, una videocamera, un piccolo gruppo di performer e una donna che osserva a distanza ciò che il denaro le ha permesso di mettere in moto.

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L’attrice Juicy X, nel ruolo di sé stessa, introduce il film rivolgendosi direttamente alla macchina da presa. Il suo monologo iniziale, recitato come fosse la dichiarazione forzata di un ostaggio, introduce lo spettatore a quello che dovrebbe essere il confine liminale tra persona, performer e personaggio. Poi la situazione precipita, e la macchina da presa diviene, dunque, il terzo incomodo della situazione: si addentra in una progressione di scene violente e degradanti, organizzandole in uno spazio fatiscente, registrandole e prolungandole all’eccesso per il sadico piacere della committente.

L’esecuzione

The Benefactress, la recensione del film di Guerrilla Metropolitana

The Benefactress non ha una struttura narrativa convenzionale, tantomeno personaggi costruiti secondo una psicologia definita e definibile. Sembra piuttosto procedere per costipazione di immagini disturbanti, corpi, rumori, fluidi corporei, frammenti di testo, improvvisazioni. La forma visiva imbastita da Guerrilla Metropolitana segue lo stesso principio, spingendo su un lavoro di ripresa convulso, sbilenco, attaccato ai corpi, in cui le sgranature del bianco e nero passano a colori saturi bruciatissimi.

Il montaggio frammenta continuamente il flusso di immagini con freeze frame, flash-frame improvvisi e altrettanto violenti stacchi sul nero. È come se il film insistesse sull’artificio proprio mentre cerca di riprodurre un’impressione di estemporanea realtà, arrivando persino a simulare determinate caratteristiche della pellicola attraverso i trattamenti di una post-produzione digitale. È una danza reiterata, quella tra realtà e rappresentazione, concettualmente più vicina alla performance art orrifica che a un horror narrativo puro.

A un certo punto il regista, che sta dirigendo Juicy X, non è soddisfatto del modo in cui sta eseguendo una scena di abuso sessuale, la interrompe ed entra nell’inquadratura per rivendicare il proprio ruolo di demiurgo, che pretende di liberare il cinema dalle convenzioni e decide come rappresentare la violenza messa in scena. È forse il momento in cui il progetto di Guerrilla Metropolitana mostra con maggiore chiarezza la propria ambizione, ma anche la propria contraddizione.

Da una parte il film sembra voler trasformare la trasgressione in un’indagine sui meccanismi della rappresentazione, dall’altra rimane il dubbio che questa sovrastruttura metacinematografica sia niente più che un mero, egoriferito, scudo teorico. Guerrilla Metropolitana considera The Benefactress il lavoro più importante della sua carriera ad ora, e parte della critica lo ha accolto come un esperimento radicale sulla libertà cinematografica e sulle reazioni del pubblico.

Ma la provocazione, da sola, non garantisce la profondità dell’operazione. Persino i titoli di coda, che alludono a una produzione cinematografica destinata a non esaurirsi con l’epilogo della “storia”, sembrano volerci convincere che dietro l’eccesso ci sia un discorso. Ai posteri capire se quel discorso riesca davvero a sopravvivere all’eccesso.

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