Dopo il passaggio alla Mostra del Cinema di Venezia, Primetime approda nei cinema italiani con I Wonder Pictures. Un’opera densa e psichedelica con cui Lance Oppenheim e Robert Pattinson raccontano l’affermarsi e la caduta del controverso format To Catch a Predator.
La sinossi

Nel 2006 il reporter Chris Hansen (Robert Pattinson) porta sulla NBC il discusso programma To Catch a Predator, realizzato con operazioni sotto copertura in collaborazione con Perverted-Justice, gruppo di vigilanti guidato da Xavier Von Erck (Matthew Maher). Il format prevede la creazione di falsi profili online per attirare sospetti predatori sessuali in una casa-trappola, dove credono di incontrare un minorenne, in realtà un attore maggiorenne: poco prima dell’arrivo della polizia, Hansen e le telecamere li colgono di sorpresa. Gli ascolti straordinari spingono il capo della rete a collocare lo show in prima serata contro Lost, mettendo da parte le perplessità etiche.
Nella macchina produttiva entra presto Dan Plum (Skyler Gisondo), giovane attore alle prime armi che cerca esperienza per ottenere la tessera del sindacato (SAG). Assunto come esca, deve chattare fingendosi un adolescente. Dopo un primo momento di disorientamento davanti alla carica emotiva dell’ambiente e alla durezza delle riprese, impara le regole del gioco.
Dall’inchiesta al cinema di finzione

Primetime nasce dall’articolo di Luke Dittrich pubblicato su Esquire nel 2007, Tonight on Dateline This Man Will Die, dedicato agli aspetti più controversi del programma e al suicidio di uno degli uomini incastrati dallo show. Anni dopo il pezzo arriva allo sceneggiatore emergente Ajon Singh, che scrive in due sole settimane una prima bozza, intitolata in origine proprio To Catch a Predator. Singh puntava a un’opera stilizzata e visionaria, in bilico tra realtà e spettacolo mediale, lontana dal biopic tradizionale.
Intanto il documentarista Lance Oppenheim comincia a interessarsi a Hansen dopo aver ricevuto un video di auguri girato dallo stesso Hansen su Cameo. In quelle immagini l’ex giornalista d’inchiesta promuoveva i propri contenuti e scherzava sulle frasi cult del programma, apparendo a Oppenheim come una versione decaduta e “performativa” di sé. Qualche tempo dopo, durante un incontro per un altro progetto, Oppenheim mostra il video all’attore Robert Pattinson e al produttore Brighton McCloskey. Un mese più tardi Pattinson si ritrova tra le mani la sceneggiatura, ne intuisce il potenziale e decide di produrla, offrendo la regia a Oppenheim, il cui stile gli sembra perfetto per trasformare la storia nel “sogno febbrile” immaginato da Singh.
Le teorie di Baudrillard in prima serata

Per l’esordio nel cinema di finzione Oppenheim guarda alla televisione come a un dispositivo che impone un “pensiero” unico e consumistico, più che come a una finestra sul reale. In tale ottica il 2006 messo in scena da Primetime fu un anno emblematico: l’esecuzione di Saddam Hussein, la sorveglianza di massa in espansione capillare, il trionfo delle grandi serie. Il regista indaga il cortocircuito etico di uno show che si fece giudice, giuria e carnefice, offrendo al pubblico individui palesemente disturbati in cambio di share, e punta l’obiettivo su Hansen e le su quelle ossessioni per lo scandalo che porteranno il programma alla sua inevitabile, tragica chiusura.
Il film, ovviamente, non ignora la questione di scritturare un attore perché sembri un minorenne, ma l’interesse di Oppenheim resta rivolto alle teorie di Jean Baudrillard sul dominio del segno e sul reale ridotto a simulacro, venduto agli spettatori perché si sentano sempre dalla parte giusta di un confine morale. Questa dinamica trova un’espressione intensa nel corpo scarno e nevrotico di un Robert Pattinson sempre più bravo.
La genesi analogica delle gogne mediatiche

Oppenheim firma dunque un’opera che non porta in sala questioni “nuove”, ma riesce a trasformarle in un saggio visivo di grande impatto. Le sue immagini dense e psichedeliche mostrano come il confine tra realtà e finzione fosse già compromesso molto prima dei social network e delle gogne mediatiche in rete. Il formato 4:3, le tinte acide, i bagliori fluorescenti e le morbide sfocature riportano l’immagine alla grana delle videocassette e dei telegiornali di inizio millennio, coerentemente a certo analog horror caro alle più recenti policies di A24.
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Nella parte centrale il ritmo conosce qualche incertezza, e le parentesi extraconiugali di Hansen risultano davvero superflue. Sono difetti marginali, che lasciano intatti l’interesse e la riuscita complessiva del film.
PRIMETIME IN BREVE
PRO
– L’ottima interpretazione di Robert Pattinson.
– L’indagine teorica sull’evoluzione della televisione a inizio millennio.
– Le scelte stilistiche visionarie.
CONTRO
– Ritmo un po’ incerto nella parte centrale.
– La superflua sottotrama extraconiugale.
LA NOSTRA VALUTAZIONE: 6,5/10
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Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
