Insignito del Premio Speciale della Giuria all’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, NAZA è un’indagine clinica e sconvolgente sui meccanismi dietro la distruzione di Gaza. In sala per IWonder Pictures.
Coscienze nell’ombra

Il termine ebraico nezek agavi, traducibile come “danno collaterale” e sintetizzato nell’acronimo militare “Naza”, indica nei gerghi della difesa israeliana i civili palestinesi destinati a perdere la vita durante gli attacchi mirati contro effettivi o presunti membri di Hamas. Partendo da questo presupposto terminologico, NAZA segna il ritorno alla regia per la coppia formata da Yuval Abraham e Rachel Szor. Sulla scia del rilievo ottenuto con No Other Land, i due documentaristi d’origine israeliana espandono le proprie inchieste sul campo attraverso una struttura d’osservazione rigorosa, fondata sulla testimonianza diretta, con l’obiettivo di disarticolare la versione istituzionale inerente all’offensiva su Gaza.
Basato su inchieste pubblicate su +972 Magazine, Local Call e The Guardian, e realizzato per la quasi totalità nelle ore notturne sui tetti di Tel Aviv, NAZA raccoglie le deposizioni a volto coperto di ex addetti e figure strategiche appartenenti all’esercito e ai servizi di sicurezza d’Israele (ripresi nell’oscurità con volti e voci alterati digitalmente), affiancate dal materiale d’archivio raccolto dai due registi. Attraverso una sequenza serrata di colloqui confidenziali, i testimoni ripercorrono le prassi quotidiane della struttura militare, portando alla luce i dettagli di direttive orientate non alla sola eliminazione di precisi obiettivi, bensì al progressivo annientamento dell’intera popolazione civile. Tra sistemi d’intercettazione, monitoraggio remoto di dispositivi e algoritmi di puntamento, il lavoro d’indagine ricompone la filiera burocratica che converte l’elemento umano in mere cifre e coordinate geografiche.
La banalità di una macchina bellica

Il fulcro teorico dell’opera risiede nella capacità di fare emergere i meccanismi di ciò che Hannah Arendt ha codificato come la banalità del male. Abraham e Szor documentano l’attitudine dell’apparato bellico nell’assorbire individui comuni dentro un ingranaggio distruttivo, alimentando in loro la convinzione di agire secondo rettitudine morale. Nei passaggi narrati dagli intervistati affiora un continuo e preoccupante processo di deresponsabilizzazione: l’incarico del singolo viene scisso dal momento dell’esecuzione vera e propria, riproponendo la consueta narrazione difensiva basata sull’esecuzione passiva degli ordini ricevuti o sulla limitazione del proprio operato alla sola fase di tracciamento.
I reduci descrivono l’esperienza del cecchinaggio e delle attività di spionaggio assimilando le azioni a un contesto videoludico, del tutto svincolato dalla tragica concretezza dei corpi sul terreno. La direzione di regia enfatizza tale cortocircuito stilistico lasciando le figure costantemente nell’ombra e riprese di profilo: un accorgimento nato da inderogabili esigenze di tutela personale che si trasforma in vera e propria scelta formale, icona di una coscienza individuale privata della propria dimensione etica.
Il fuori-campo di un massacro

Relativamente all’impianto visivo, NAZA si struttura essenzialmente come un reportage d’inchiesta che affida alle conversazioni la centralità del proprio impatto drammatico. Il lungometraggio gioca sull’antitesi tra l’orizzonte urbano di Tel Aviv, apparentemente pacifica, prospera e pulsante di luci artificiali, la durezza insostenibile dei dettagli emersi nei dialoghi e la drammatica assenza di Gaza. Una giustapposizione concettuale che richiama la ricerca prospettica de La Zona d’Interesse di Jonathan Glazer (qui produttore esecutivo), pur senza spingere la ricerca estetica verso eguali forme di sperimentazione formale.
L’efficacia della messa in scena trova il proprio apice nei rari e ponderati inserti di materiale d’archivio, come nel finale dedicato al dolore di un padre alla ricerca dei cari tra le rovine di Gaza, o nell’accostamento tra le affermazioni storiche rilasciate da Benjamin Netanyahu sul concetto di terrorismo e l’operato effettivo del suo governo. NAZA si consolida in questo modo come una testimonianza civile di estrema urgenza, sorretta dall’onestà intellettuale di due cineasti che scelgono di mettere a nudo le colpe del proprio Paese per richiamarlo ai valori fondamentali della responsabilità e della dignità umana.
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Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
