Dal 12 al 14 ottobre, Lucky Red riporta in sala il capolavoro kubrickiano che, attraverso la satira, ha fatto l’unica diagnosi politica su paranoie e incubo atomico nel bel mezzo della Guerra Fredda: Il dottor Stranamore.
L’apocalisse della ragione

Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, girato in un abbagliante bianco e nero 1,37 : 1, inizia e termina tra le nuvole, con canzoni dolci che il regista Stanley Kubrick carica via via di un’ombra funesta. In apertura un bombardiere nucleare solca il cielo al ritmo di Try a Little Tenderness; alla fine i funghi atomici si moltiplicano mentre Vera Lynn canta We’ll Meet Again. La promessa di un futuro rivedersi, davanti a un pianeta incenerito, suona come l’addio più sarcastico che si possa immaginare.
L’autore di Arancia meccanica lo realizzò nel 1963, ma il film uscì negli Stati Uniti solo l’anno dopo. Il tema è la possibilità che un conflitto atomico scoppi per un errore, interrogandosi su cosa succederebbe se un uomo fuori di senno riuscisse a mettere in moto la macchina bellica e quanto margine avrebbero i governanti per fermarla, quando anche il rivale possiede un apparato di ritorsione in grado di sterminare ogni forma di vita. Sydney Lumet lo avrebbe trattato in chiave drammatica nel 1964 con A prova d’errore, e nel 1965 James B. Harris, produttore storico di Kubrick, sarebbe tornato sui timori della Guerra fredda con Stato d’allarme. Kubrick arrivò prima di entrambi e scelse il registro del grottesco.
Le assurdità del potere

La sceneggiatura di Stranamore procede con rigore implacabile verso la propria conclusione apocalittica, mette a fuoco il paradosso su cui poggia tutto il film – quello della moderna civiltà, in grado di costruire tecnologie prodigiose, che ne ha consegnato il controllo a persone in preda a fissazioni insensate – svelando, così, l’inettitudine degli uomini chiamati a gestire protocolli militari e scientifici. Il vecchio adagio per cui la guerra è troppo importante per lasciarla ai generali prende qui una forma crudele. L’ufficiale che scatena l’attacco si chiama Jack D. Ripper, eco evidente di Jack lo Squartatore, e il nome preannuncia la sua indole omicida. Convinto che i comunisti attentino alla sua integrità fisica, Ripper sostiene che il nemico abbia inquinato l’acqua per intaccare i fluidi vitali degli americani, minando la virilità degli uomini e la purezza del paese.
Dopo l’ordine di attacco, i bombardieri tornano indietro solo se ricevono un codice che conosce soltanto il loro comandante, tant’è che il presidente degli Stati Uniti (Peter Sellers) arriva a pregare i sovietici di far fuoco sui propri aerei per evitare il disastro. Con deformazioni di questo tipo Kubrick costruisce una satira capace di smontare la propaganda e l’ipocrisia delle istituzioni. Sopra una base che prepara un raid devastante campeggia un cartello che esalta la pace come scopo delle forze armate; un motivo marziale della tradizione americana scandisce il volo di un equipaggio che non rivedrà casa. Le formule ufficiali su sicurezza e amor di patria perdono ogni contenuto e lasciano emergere il loro legame con la demenza della guerra.
La fallacia della macchina bellica

In Stranamore, mentre milioni di vite sono in bilico, i capi delle due potenze trattano in condizioni da farsa in tre differenti scenari: la base aerea del generale Ripper, il bombardiere B-52 e la war room del Pentagono. Lontani fra loro e privi di contatti efficaci, formano tre parti di un ingranaggio tutt’altro che armonico. Col passare dei minuti, tesissimi, gli uomini restano intrappolati in procedure inflessibili, tra notizie parziali, gelosie personali e ordini che si smentiscono a vicenda. Nella base, gestita con l’efficienza di un centro aerospaziale, domina Ripper, a cui dà volto Sterling Hayden. Tra una boccata di sigaro e l’altra, il generale espone le sue teorie paranoiche e fa di un’ossessione privata una scelta dalle ricadute mondiali: il capitano britannico Lionel Mandrake, cioè Peter Sellers, cerca inutilmente di farlo rinsavire.
Nella war room, il generale Buck Turgidson (George C. Scott) sostiene con ardore che l’America potrebbe vincere. Il suo anticomunismo si spaccia per intelligenza strategica, e le stime dei morti escono dalla sua bocca con disarmante leggerezza. Il presidente Muffley, ancora Sellers, tenta di arginare il peggio con la diplomazia e con un lungo colloquio telefonico con il leader sovietico, ubriaco in una stanza d’albergo. Sul B-52 il maggiore T. J. Kong (Slim Pickens), spinge il fervore patriottico e la caricatura del cowboy americano all’estremo, ovvero la culminante immagine finale della “galoppata” sulla bomba atomica, dove distruzione ed esibizione della mascolinità finiscono col coincidere.
Il rigore della farsa

Alla varietà dei luoghi corrispondono scelte visive diverse: la base di Ripper e il bombardiere hanno un taglio realistico, attento alla concretezza delle strumentazioni e all’esattezza delle procedure. La war room tende invece all’espressionismo: l’immenso tavolo rotondo, le geometrie severe e i forti contrasti di luce e ombra danno all’ambiente una solennità artificiale che stona con i personaggi che la popolano. Ciascun luogo manifesta una propria forma di estraneità, ma tutti scivolano nella stessa direzione distruttiva. Gli uomini comunicano male, le notizie giungono in ritardo e la specializzazione di ognuno impedisce di cogliere il quadro d’insieme.
Kubrick converte l’incubo atomico (redivivo oggi come non mai) in una satira di grande lucidità, in cui il grottesco aggrava l’orrore anziché stemperarlo. La fine del mondo discende da una catena di scelte insensate, compiute da uomini che si credono razionali anche dopo aver perso ogni misura. Più della bomba stessa, a spaventare è proprio questa certezza.
IL DOTTOR STRANAMORE IN BREVE
PRO
– L’azzeccato tono grottesco, rafforzato dalla lucida sceneggiatura.
– Tre ambienti (base, B-52, war room) ben distinti, con scelte visive altrettanto definite.
– Interpretazioni memorabili.
CONTRO
– Nessuno.
LA NOSTRA VALUTAZIONE: 10/10
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Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
