Uscito quasi 25 anni fa, Black Hawk Down di Ridley Scott rimane, ancora oggi, un potente saggio filmico sulla guerra e su tutti gli effetti collaterali da essa scaturiti. Cruento e iperrealistico, il war movie del regista inglese trascina lo spettatore nel bel mezzo dello scontro a fuoco, senza fare sconti e ricostruendo la terribile battaglia campale avvenuta a Mogadiscio tra il 3 e il 4 ottobre del 1993.
La trama

Nel 1993 una task force congiunta è dispiegata a Mogadiscio, capitale della Somalia, col compito di catturare Mohamed Farrah Aidid, potente signore della guerra locale che ha piegato e trascinato nella carestia più totale l’intero stato.
Il 3 ottobre ai soldati del 75th Ranger Regiment e agli operatori della Delta Force, coadiuvati dal 160th SOAR, è assegnata una delicata e difficile missione: fare irruzione, mediante elicotteri e mezzi di terra, in un edificio bersaglio e arrestare tutti i luogotenenti di Aidid presenti all’interno. Il raid ha inizio come previsto ma il ferimento accidentale di un soldato, l’abbattimento di due elicotteri MH-60 Black Hawk e la controffensiva dei miliziani somali trasforma l’operazione in una guerriglia urbana che intrappola i militari statunitensi nelle pericolose strade di Mogadiscio, costringendoli a rispondere al fuoco per sopravvivere e per recuperare gli equipaggi degli elicotteri caduti.
La cronistoria di una missione fallita

Trasposizione cinematografica del saggio storico Falco Nero di Mark Bowden, Black Hawk Down – Black Hawk abbattuto è un viscerale, crudo e drammatico resoconto di 152 minuti sul massiccio scontro a fuoco che, tra il 3 e il 4 ottobre del 1993, prese vita a Mogadiscio nel contesto della missione di peacekeeping Restore Hope sotto l’egida ONU. Diretto da Ridley Scott, è un war movie a cui spetta il compito di ricostruire le concitate e drammatiche fasi che portarono una missione di routine verso il disastro più totale, con la morte di diciotto soldati statunitensi sul campo e un ulteriore militare rimasto ucciso da un colpo di mortaio nei giorni successivi, nonché un imprecisato numero di vittime tra miliziani e civili somali (alcune stime, non certe, parlano di diverse centinaia a oltre un migliaio).
Se, da una parte, il film di Scott può essere visto come il classico esempio di propaganda statunitense, dall’altra questa affermazione viene smontata dall’accurata introspezione psicologica e umana dei soldati coinvolti nel fallito raid. Black Hawk Down potrebbe essere sì liquidato, tout court, come un lavoro politico e retorico (e, di certo, i riferimenti diretti ai due campi in questione non mancano, come la scelta dal comando di Washington di non impiegare mezzi corazzati e unità di supporto aereo) eppure il suo vero compito è tutt’altro.
Il war movie, uscito sul finire del 2001 in madrepatria e a inizio 2002 in Italia, ha messo in immagini il crollo del mythos della superpotenza Stars and Stripes, della sua ben oliata ed efficiente macchina bellica e dei suoi combattenti di professione che, in fondo, rimangono esseri mortali fatti di carne, ossa e sangue.
Tra cronaca e finzione: quanto c’è di vero in Black Hawk Down

Se la ricostruzione della battaglia è di una fedeltà quasi maniacale, Black Hawk Down non è, tuttavia, un documentario. Per esigenze narrative, Scott e lo sceneggiatore Ken Nolan hanno fuso più figure reali in personaggi compositi, modificato alcuni nomi e riorganizzato eventi e dialoghi, dando vita a un racconto romanzato che, pur restando aderente ai fatti, sacrifica la puntualità cronachistica in favore dell’efficacia drammatica. Un compromesso quasi inevitabile per un film che deve condensare in due ore e mezza quindici ore di combattimenti, ma che non ha mancato di sollevare più di una critica.
Le obiezioni maggiori riguardano ciò che resta fuori dall’inquadratura. Il ruolo dei contingenti ONU – in particolare dei soldati malesi e pakistani che, con i loro mezzi corazzati, presero parte al salvataggio dei Ranger intrappolati – viene ridotto ai minimi termini, mentre i somali, per larga parte del film, sono una massa anonima e minacciosa, priva di voce e di volto. Una scelta che ha alimentato l’accusa di una narrazione tutta schiacciata sul punto di vista americano. Ed è proprio qui che la presunta neutralità di Scott mostra i suoi limiti: il film sospende il giudizio politico, ma non può, e forse non vuole, sospendere lo sguardo.
Un cast corale tra volti noti e future stelle

Black Hawk Down si regge su un cast corale, scelto da Scott e dal produttore Jerry Bruckheimer per restituire, senza concentrare l’attenzione su un singolo protagonista, il caos e la coralità della battaglia. A guidare il plotone dei Ranger è il sergente Matt Eversmann di Josh Hartnett, soldato idealista e alla sua prima, grande prova sul campo, affiancato dallo specialista Grimes di Ewan McGregor, dal tenente colonnello Danny McKnight del compianto Tom Sizemore e da Hoot, operatore della Delta Force interpretato da Eric Bana. Dai monitor del centro di comando, invece, il maggior generale William F. Garrison, a cui presta il volto un ieratico Sam Shepard, attore eccezionale scomparso nel 2017, osserva l’operazione sfuggire di mano. Tra i ranghi compaiono anche William Fichtner, Jason Isaacs e Ioan Gruffudd, oltre a un giovanissimo Tom Hardy e a un Orlando Bloom ancora lontano dalla fama planetaria.
Girato in Marocco, tra Rabat e Salé, con la collaborazione dell’esercito statunitense (i piloti del 160th SOAR volarono realmente sugli elicotteri visibili sullo schermo, mentre gli attori furono sottoposti a un durissimo addestramento militare), il film trova nel comparto sonoro uno dei suoi punti di forza. Alle musiche di Hans Zimmer, qui in tandem con Lisa Gerrard, che fondono elettronica e sonorità etniche, si affianca un sound design asfissiante, capace di restituire la violenza dello scontro in tutta la sua brutalità. Accolto con favore e ripagato al botteghino con un incasso di circa 170 milioni di dollari a fronte di un budget di poco superiore ai 90, Black Hawk Down ottenne quattro nomination e due vittorie agli Oscar (Miglior montaggio e Miglior sonoro), trasformandosi in uno dei war movie più influenti del nuovo millennio.
Un saggio bellico sulla guerra moderna

Mediante la solida regia di Ridley Scott supportata dalla fotografia, sporca e d’effetto, di Sławomir Idziak e dal montaggio chirurgico di Pietro Scalia, Black Hawk Down trascina lo spettatore nel mezzo delle polverose strade di Mogadiscio, invase dalle rovine e dai segni della crudeltà umana, nel caos della battaglia in cui i proiettili fischiano mentre granate e razzi detonano, lasciando a terra corpi crivellati e lacerati dalle ferite nella confusione di voci e scariche statiche che si confondono, all’unisono, nelle frenetiche comunicazioni radio.
Privo di timori e autocensure, Scott mostra sul grande schermo – senza spettacolarizzazione alcuna – cosa significhi combattere una guerra e cosa si provi nel momento in cui la vita è messa a repentaglio, sotto il fuoco di un nemico decisamente in numero maggiore e soverchiante. Black Hawk Down è un film di guerra embedded capace di trasmettere la tensione, la paura e il dolore degli uomini che combattono, che credono in un ideale cercando, in qualche modo, di cambiare il corso degli eventi. Un saggio bellico sulla guerra moderna, una tappa fondamentale del genere che ha gettato le basi per opere successive come il Lone Survivor di Peter Berg, il 13 Hours di Michael Bay e il più recente Warfare di Alex Garland.
BLACK HAWK DOWN IN BREVE
PRO
– Il realismo è impressionante;
– Qualità scenotecnica;
– Cast corale.
CONTRO
– Durara impegnativa;
– Non adatto ai deboli di stomaco.
LA NOSTRA VALUTAZIONE: 8/10
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Divoratore accanito di film, serie TV, libri e manga, ama gli anime (su tutti, Neon Genesis Evangelion al quale ha dedicato un saggio acquistabile qui) e i videogame, senza dimenticare la sua passione per la montagna. Autore di diversi saggi monografici, è un consulente editoriale con esperienza decennale, fotografo freelance e redattore per differenti siti web.
