In attesa della sua proiezione al Caorle Independent Film Festival, abbiamo visto in anteprima il nuovo cortometraggio del regista indipendente Michele Pinto: Bad Romance.
La trama
Sono i giorni del lockdown del 2020. A causa della pandemia da Covid-19, i governi mondiali hanno imposto protocolli di distanziamento sociale per contenere il contagio. Il mondo si è bloccato, la solitudine si è fatta presenza costante e gli strumenti pensati per tenerci vicini – una videochiamata sul compianto Zoom, un messaggio, una notifica social – hanno finito con l’accentuare ulteriormente le distanze. In questo contesto, una giovane donna (Isabella Ragno) sedotta dalle teorie cospirazioniste dei no-vax, finisce al centro di un caso di stalking.
La cornice pandemica

Bad Romance di Michele Pinto arriva in un momento in cui il ricordo del lockdown rischia di scivolare nell’aneddoto innocuo, nonostante gli strascichi di quell’esperienza continuino a ripercuotersi sulla società contemporanea. Il cortometraggio, della durata di circa un quarto d’ora, sceglie di riportare immediatamente lo spettatore a quei mesi attraverso titoli di testa accompagnati da immagini in stile reportage e da una mappa che mostra la diffusione del Covid nel mondo. Questo espediente appartiene a una tradizione che i cultori del cinema pandemico (da Virus letale di Wolfgang Petersen, al più recente L’alba del pianeta delle scimmie) conoscono molto bene, e che permette al film di introdurre con ritmo serrato la propria protagonista, una no-vax convinta di dover scoperchiare il vaso di Pandora di una cospirazione su scala globale.
Ben presto, però, ci si rende conto che il virus rappresenta poco più di una cornice per una storia interessata a intavolare un discorso sull’erosione dello spazio domestico. Quello che durante il lockdown si era consolidato come simbolo di rifugio e protezione si trasforma progressivamente in un luogo inquinato dalla paura e dall’intrusione dell’altro, mettendo in relazione l’esperienza pandemica con la cronaca recente dello stalking e dei femminicidi e con una presenza sempre più invasiva dell’elemento tecnologico nella quotidianità. Gli argomenti messi in campo sono tuttavia forse troppi per un’opera di appena quindici minuti, e proprio questa sovrabbondanza rappresenta il limite principale. Si apprezza, nondimeno, l’ambizione di utilizzare le regole del cinema di genere (il thriller che, sul finale, sfuma addirittura nell’horror fantascientifico) per affrontare questioni tutt’altro che leggere.
La forma dell’inquietudine

Sul piano formale, Bad Romance costruisce la voluta sensazione di claustrofobia e instabilità attraverso dutch angle e riprese a mano libera. Il sonoro in presa diretta di Daniela Iosca, le immagini in 4K fotografate da Andrea Malpighi e la color correction di Diego Magrone, orientata su tonalità fredde e una marcata liquidità al neon, restituiscono l’ordinarietà di un ambiente domestico progressivamente estraniante.
A sostenere Isabella Ragno, convincente nel ruolo della protagonista, troviamo Anna Fatahov nei panni dell’amica vissuta attraverso schermi digitali e Mingo De Pasquale in quelli di un goffo, inetto e verosimilissimo stalker. Un reparto artistico e tecnico compatto, soprattutto se rapportato ai soli 5.000 euro di budget, con cui Michele Pinto (docente di linguaggio visivo pugliese oltre che regista e sceneggiatore) sembra trovare una forma asciutta e diretta per mettere in scena i propri interessi tematici.

Libraio, consumatore seriale di lungometraggi con una passione famelica per tutto ciò che arriva dall’Estremo Oriente, feticista dei libri editi da Taschen. Ogni tanto scrivo cortometraggi.
